ABBINAMENTO DI CAMPAGNA: LAZIO ROSSO IGP e FUSILLI CON CAVOLO NERO E PANCETTA

In una fredda giornata d’inverno riscaldata dai raggi di uno splendido sole decidiamo di fare uno dei nostri tour enologici e ci addentriamo nella provincia di Rieti, in una zona poco nota a livello vitivinicolo ma che ci ha riservato una bella sorpresa!

TERRITORIO

Territorio in prevalenza montuoso situato fra i monti Sabini e i Reatini, dove si trova una conca, che un tempo era il Lago Velino, il più grande tra gli antichi laghi del Lazio, sovrastato dalla cima del Terminillo, quel monte Tetrico citato da Virgilio nell’Eneide per le sue tetre spaventose rupi, che costituisce una delle vette più alte della regione con i suoi 2200 m ed è da sempre considerata la montagna di Roma.

Terminillo

RACCONTO DI UN INCONTRO FORTUNATO

Saliamo per le colline e raggiungiamo la zona di Castelfranco, piccola frazione che dista 5 km da Rieti a 623 m slm, qui troviamo una piccola realtà che vive di agricoltura fin dagli anni 70, producendo vino e olio per i clienti del ristorante di famiglia fra i quali, il caso volle, vi fu niente di meno che il più grande enologo italiano: Giacomo Tachis. Incuriosito dalla gradevolezza del vino della casa, l’artefice dei maggiori monumenti enologici italiani, chiese di poter visitare la vigna che il Sig. Mario Di Carlo stava meditando di estirpare e trovandone esposizione e caratteristiche pedoclimatiche favorevoli dissuase il proprietario dal fare un grave errore.

Vista da Castefranco

RECUPERO E SPERIMENTAZIONE

Inizia così un percorso di ricerca della qualità, recupero del territorio e sperimentazione che non ha eguali nella zona e forse nell’intera regione, la Cantina Le Macchie oggi con i suoi 10 ettari di vigneti esposti a sud, sud-ovest a un’altitudine tra i 610 e 650 m slm gode delle maggiori escursioni termiche registrate in Italia che in estate possono variare dai 35° di giorno ai 5° di notte.

La cantina inoltre è stata insignita del riconoscimento di “viticoltura eroica” da parte del CERVIM, il Centro di Ricerca, Studi e Valorizzazione per la Viticoltura di Montagna, e proprio le condizioni estreme del suo territorio garantiscono l’integrità delle uve consentendo di ricorrere a pochissimi interventi fitosanitari.

L’azienda coltiva vitigni come Sangiovese, Montepulciano e Malvasia puntinata già presenti nella zona prima dell’abbandono delle campagne, avvenuto una quarantina di anni fa, e sta portando avanti, con ottimi risultati, la produzione di uvaggi internazionali come il Riesling Renano e il Gewürztraminer ma quello su cui vogliamo soffermarci è l’estenuante lotta che ha intrapreso per il riconoscimento di un vitigno autoctono di cui si stavano perdendo le tracce: il Cesenese Nero.

Questo vitigno a bacca nera, conosciuto anche con il nome di Cesanese di Castelfranco, era diffuso in tutto il reatino già a partire dal XIX secolo, oggi è quasi scomparso ma è stato recuperato da Antonio Di Carlo grazie a un’unica pianta di oltre 150 anni di età.

Vite madre di Cesenese Nero

Dalla pianta “madre” vengono prelevati i tralci da innestare per ottenere le “barbatelle” da mettere a dimora, questo processo svolto in un vivaio autorizzato dall’Arsial, l’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio, ha permesso di ricavare ad oggi 8.000 viti.

La rinascita del Cesenese nero ha visto il suo coronamento proprio in questi giorni con l’uscita della vendemmia 2019 e l’autorizzazione a porre in etichetta la menzione del vitigno che prima era indicato genericamente come Cesanese.

A differenza del Cesanese del Lazio, il Cesenese nero presenta acini più grossi e buccia più fina che ne determina un colore rosso rubino più tenue e un tannino più delicato che lo fanno sembrare il cugino di campagna del Pinot Nero.

L’ULTIMO BALUARDO 2017 – Rosso Lazio I.G.P.

L’Ultimo Baluardo 2017

Il vino è ottenuto da un appezzamento di appena un ettaro esposto a sud, ad un’altezza di oltre 600 m slm, su un terreno a medio impasto tendente all’argilloso. Le uve raccolte manualmente nella terza decade del mese di ottobre vengono portate subito in cantina dove la  fermentazione, innescata da lieviti indigeni, avviene a temperatura controllata e a contatto con le bucce per circa 20 giorni. Segue una maturazione di 12 mesi in barrique di rovere francese che dalla vendemmia 2018 si è deciso di abbandonare a favore di botti alsaziane da 20hl di acacia austriaco per non alterare l’aroma del vino che affina per altri 6 mesi in bottiglia prima della commercializzazione.

Il colore del vino è un rubino brillante con unghia che vira alla trasparenza e roteando il calice produce delle lacrime copiose da cui si evince una discreta carica alcolica (14,5% per questa annata) che però è perfettamente integrata dalle altre componenti del vino. In particolare l’elevata freschezza pulisce il palato insieme a un tannino avvolgente e una morbidezza golosa di piccoli frutti di bosco, mora in primis, e ciliegia croccante che si avvertono anche in delicate nuances odorose insieme a note balsamiche di humus e sottobosco su cui è adagiato un pot-pourri di petali di rosa essiccati.

ABBINAMENTO

Il corpo del vino è mediamente strutturato, la persistenza duratura e l’equilibrio è perfettamente bilanciato rendendo la bottiglia passibile di un buon invecchiamento e abbinabile a una molteplicità di pietanze. Io ho scelto di accompagnarlo a un primo di pasta gustoso e dalle molte proprietà salutari: i Fusilli con cavolo nero e pancetta. Il piatto presenta una certa dose di grassezza e untuosità dovuta alla pancetta, controbilanciata dalla freschezza e dalla gradazione alcolica del vino. L’intensità e la persistenza gusto-olfattiva abbastanza evidente del Cesenese, inoltre, si accorda alla speziatura del salume e la golosità del frutto che si percepisce al sorso attenua la tendenza amarognola del cavolo nero.

Tuttavia, il modo migliore di apprezzare L’Ultimo Baluardo e gli altri prodotti è fare visita alla cantina dove verrete accolti dalla gentilezza e competenza di Stefano Colasanti e potrete assaporare un buon pranzo al ristorante La Foresta che oltre a disporre di una terrazza panoramica da cui si gode una bellissima vista delle cime del Terminillo, offre una serie di prelibatezze che dall’antipasto al dessert si fondono in un perfetto matrimonio d’amore con i “vini della casa”.

Vini della Cantina Le Macchie

Autore dell'articolo: Katia Giorgi