Beviamoci Sud – Banchi di assaggio

Torniamo a parlare del Festival dei Grandi Rossi del Sud Italia perché non possiamo non menzionare i produttori che abbiamo incontrato ai banchi di assaggio.

Sconvolgendo un po’ le regole decido di cominciare da un grande vino dolce, unico al mondo, prodotto con una lavorazione certosina a Saracena in provincia di Cosenza, paese che si trova nel Parco Nazionale del Pollino a 650m slm da cui a est si intravede il Mar Jonio, a ovest il Mar Tirreno ed è protetto a nord dai monti del parco. Il Moscato Passito di Saracena è prodotto qui da secoli, negli anni ’50 ha rischiato di scomparire a causa del fenomeno dell’emigrazione dei giovani dalle campagne ma è stata la lungimiranza di Luigi Viola, che nel 1999 ha fondato la sua cantina, a mantenere questa antica tradizione viva ai nostri giorni. E’ prodotto con une di Moscatello, Guarnacca e Malvasia vendemmiate in periodi differenti e lavorate separatamente per ottenere un nettare che si presenta di un giallo ambrato brillante, al naso emana sentori di frutta gialla candita, albicocca, scorza d’arancia che si ripropongono in bocca insieme a una notevole freschezza che rende il sorso mai stucchevole.

Moscato Passito Di Saracena – Cantine Viola

Dopo esserci deliziati il palato con tanta dolcezza passiamo ai protagonisti della kermesse: i Grandi Rossi. Partiamo da un vitigno principe del meridione che trova nelle varie regioni sue proprie espressioni, Signori e Signore ecco a voi l’Aglianico!

Nel parterre fra i banchi di assaggio troviamo una delle aziende che ha fatto di questo vitigno un simbolo di eleganza e raffinatezza della Campania nel mondo, una delle prime a sperimentare negli anni ’80 il blend fra vitigni autoctoni e internazionali: Montevetrano. Abbiamo la possibilità di degustare l’annata 2016 di Core Rosso IGT 2016, aglianico in purezza che matura 10 mesi in barriques di primo passaggio e affina 4 mesi in bottiglia. Si mostra in tutta la sua possenza con un rosso rubino intenso, sprigionando al naso sentori di piccoli frutti rossi, ciliegia, macchia mediterranea e una lieve speziatura, riempie il palato un sorso elegante ed avvolgente dotato di buona persistenza. E’ presente anche il Montevetrano Colli di Salerno IGT 2017, assemblaggio di Cabernet Sauvignon 50%, Aglianico 30%, Merlot 20% che matura in barriques per 12 mesi, nel bicchiere sfoggia un profondo rosso rubino, al naso è raffinato con note di frutti di bosco, visciole, tamarindo, petali di viola essiccati ma anche liquirizia e tabacco, in bocca entra prepotentemente ma con un tannino levigato, una freschezza e sapidità a renderne la persistenza interminabile.

Montevetrano Colli di Salerno IGT 2017
Core Rosso IGT 2016

Rimaniamo in Campania ma ci spostiamo in Irpinia, in provincia di Avellino, dove troviamo la Tenuta Cavalier Pepe che è circondata da 60 ettari di vigneti nel cuore della DOCG Taurasi ad un’altezza che varia fra i 350 e 500 m slm. Qui abbiamo la possibilità di far godere il palato con due bianchi degni rappresentanti delle denominazioni di zona: Nestor, il Greco di Tufo DOCG 2018 e Santa Vara 2018, Irpinia Falanghina DOC. Il Greco si presenta di un giallo paglierino con riflessi verdolini, al naso intense note di frutta a polpa bianca, mela, pera e pesca con un sottofondo minerale che si ripresenta al palato con una bella sapidità e un finale leggermente ammandorlato. La Falanghina invece si veste di giallo dai riflessi dorati, al naso sprigiona sentori di agrumi e frutti esotici, pompelmo e ananas che ritroviamo anche in una bocca sostenuta da una buona spalla acida. Infine, il Taurasi DOCG, Opera Mia 2014, Aglianico in purezza che esprime tutta la sua potenza con un rosso rubino penetrante che al naso libera profumi di ciliegia sotto spirito, frutti di bosco, note floreali di viola, liquirizia e polvere di cacao per fare il suo sontuoso ingresso in bocca percorrendola con una sferzata di freschezza e un tannino addomesticato che lasciano tracce del loro passaggio per istanti quasi incancellabili.

Tenuta Cavalier Pepe

Mi dirigo ora verso la Basilicata per degustare l’Aglianico del Vulture e incontro la giovanissima Erminia D’Angelo che, insieme al fratello Rocco, costituisce la quarta generazione a gestire la cantina fondata negli anni ’20 che porta il nome di famiglia. L’Azienda che conta 35 ettari vitati di proprietà si trova a Rionero in Vulture (PZ) ai piedi dell’antico vulcano ormai spento e la sua storia si identifica con quella del vitigno principe della zona che inizialmente veniva usato come uva da taglio da esportare al nord per dare corpo e colore ai vini. Quando nel 1971 arriva la DOC Aglianico del Vulture il nonno Rocco decide di lavorare le uve e produrre vino col suo nome.

Troviamo al banco le annate 2015 e 2016 dell’Aglianico del Vulture Doc che si mostra in tutta la sua forza vestito di un rubino intenso e profumato di piccoli frutti di bosco, fiori secchi, spezie e rabarbaro e pervade il cavo orale con una trama tannica importante ma ben domata e una buona acidità che sono premessa di un lungo invecchiamento. Rimango sorpresa dall’IGT Basilicata Vendemmia Tardiva, prodotto con uve surmature il cui mosto fermenta 25 giorni in tini di legno e viene svinato nella seconda decade di dicembre per poi maturare 12 mesi in acciaio inox e 12 in tonneaux, vino dal perfetto bilanciamento delle componenti dure e morbide, bocca suntuosa di ciliegia sotto spirito, pepe nero, chiodi di garofano e rabarbaro.

Casa Vinicola D’Angelo

Girando fra i banchi mi imbatto in una bellissima effigie stilizzata di un volto, si tratta del simbolo della Tenuta Scuotto che cattura la mia attenzione e mi spinge ad avvicinarmi. Siamo nuovamente in Irpinia, padre e figlio si sono impegnati nella realizzazione di un sogno e devo dire che ci stanno riuscendo davvero bene. I vini mi colpiscono per l’eleganza e la pulizia di bocca, degustiamo lo Stilla Maris 2012, edizione limitata prodotta solo in determinate annate da uve aglianico selezionatissime, al naso amarena matura, viola e note di sottobosco, in bocca grande freschezza e un tannino vellutato e avvolgente. Dopo un vino di tale portata Adolfo Scuotto mi versa nel calice un vino bianco, la cosa mi ha divertito ma confesso il mio scetticismo, “Può un bianco ridestare la mia lingua felpata inondata di tannini o è destinato a essere sopraffatto?” Devo dare ragione ad Adolfo, il bianco in questione non teme il confronto con i rossi, stiamo parlando di Oi Nì 2016, prodotto da uve Fiano in purezza fermentate a temperatura controllata per 12 mesi in botti alsaziane con successivo affinamento in bottiglia per ulteriori 6 mesi, si presenta di un giallo paglierino dai riflessi dorati sprigionando all’olfatto note agrumate e di frutta candita, nocciola fresca ed erbe aromatiche in bocca entra in tutta la sua calda morbidezza, grande sapidità e una freschezza che pulisce il sorso e lascia una scia persistente.

Tenuta Scuotto

Dall’icona di un volto passiamo ad un oggetto scelto a rappresentare l’azienda Cataldo Calabretta di Cirò Marina che mostra in etichetta l’antico strumento di potatura dei viticoltori Cirotani ereditato dal nonno, l’Arciglione, simbolo del lavoro artigianale in vigna che viene curata secondo i criteri dell’agricoltura biologica.

Su terreni collinari si estendono i 13,5 ettari di vigneti di età compresa fra i 5 e i 40 anni di cui la maggior parte a Gaglioppo allevato ad alberello come da tradizione. Abbiamo degustato il Cirò Rosé 2018 Doc ottenuto da Gaglioppo, le cui uve sono vinificate in parte diraspate ottenendo così il mosto fiore e in parte lasciate macerare sulle bucce per 4 ore, successivamente vengono lasciate riposare 6 mesi sulle fecce fini in vasche di acciaio. Si ottiene un rosato di grande personalità in grado di accontentare palati raffinati ed esigenti, si presenta di un brillante rosa cerasuolo, al naso piccoli frutti rossi insieme a toni di mineralità iodata, in bocca grande sapidità e un tannino delicato ed avvertibile a rendere questo vino di carattere, come il suo territorio. Segue l’assaggio del Cirò Rosso Classico Superiore Doc i cui vigneti di Gaglioppo sono situati nella zona storica della denominazione, la vendemmia è fatta nella prima settimana di ottobre e le uve macerano 2 settimane per poi passare 10 mesi in vasche di cemento e affinare 7 mesi in bottiglia. Ne deriva un vino dai sapori e profumi intensi, ciliegia croccante insieme a note floreali di viola e liquirizia in bocca coerente con l’olfatto le note fruttate si mescolano con un tannino gentile e una buona dose di freschezza.

Cataldo Calabretta Viticoltore

Infine, concludiamo con un salto in Molise, incontriamo il giovane Michele Travaglini di Tenute Martarosa, terza generazione di una famiglia dedita alla viticoltura, che ha preso in mano l’azienda. Scopo principale che si sono preposti è di far conoscere la loro terra in modo genuino lasciando che il vitigno si esprima in tutte le sue caratteristiche intervenendo il meno possibile e principalmente accompagnando i vini nella loro evoluzione. Tipica espressione del territorio molisano è la Tintilia Doc che qui possiamo apprezzare nell’annata 2016, sentori di croccanti frutti rossi accompagnati da note floreali e di macchia mediterranea si sprigionano dal calice e pervadono il palato in un sorso fresco mentre un tannino leggiadro si posa su di esso donando pulizia e un ricordo emblematico di sensazioni.

Tintilia del Molise 2016 – Tenute Martarosa

Autore dell'articolo: Katia Giorgi